Cyberbullismo, vita “REALE” e vita “VIRTUALE” (I episodio)

Cyberbullismo, vita reale e vita virtuale2
Tempo di lettura: 7 minuti

1.       I fatti sul Cyberbullismo

Il primo tema su cui mi preme fare alcune riflessioni è quello che emerge da fatti di cronaca che quasi quotidianamente vengono messi davanti ai nostri occhi attraverso i media, TV, Internet e che generano sgomento e incredulità: i fatti riguardano il bullismo fuori e dentro le scuole con l’aggravante che questi atti vengono registrati dai “bulli” sul proprio cellulare e pubblicati in rete – azione che qualifica il bullismo come “cyberbullismo”.

Si pensi ad esempio ai gravi atti di aggressione e persecutori, avvenuti per oltre un anno in una scuola di Bergamo, ai danni di uno studente disabile da parte dei suoi stessi compagni tutti minorenni, i quali, approfittando della situazione di disabilità e di difficoltà a reagire dello studente, continuavano senza alcun rimorso a beffeggiarlo e percuoterlo, fino al punto di minacciarlo con parole forti: “parla e ti ammazziamo di botte”.  O al caso di Firenze dove un quattordicenne perseguitava i compagni di scuola attraverso telefonate anonime e la pubblicazione in chat di foto offensive, modificate tramite fotomontaggi.  O il caso di Lucca dove sei studenti hanno insultato e minacciato in classe il proprio professore pubblicando poi in rete il video dell’accaduto come nulla fosse.  O al caso avvenuto a Modica dove due minorenni sono stati condannati per omicidio perché circa un anno fa hanno compiuto un atto criminoso picchiando a morte un anziano per “futili motivi”.

E questi sono solo alcuni degli innumerevoli fatti di cronaca che coinvolgono bambini e adolescenti, i quali, spinti da chi sa quale motivazione, compiono atti gravosi su altri bambini e adolescenti visti come più deboli e quindi facilmente aggredibili. I “bulli” compiono l’atto criminoso da soli o in gruppo, uno lo registra sul proprio cellulare (il cui uso a scuola dovrebbe essere vietato)  e poi, come nulla fosse, lo pubblicano in chat o nei Social perché ciò va condiviso con la comunità “virtuale”. Ma cosa gli spinge ad arrivare fino a tanto? Cosa vogliono dimostrare? Perché, agendo in questo modo, danno prova di essere i più forti e i più scaltri? Perché così ottengono il consenso e l’appartenenza ad un gruppo? O perché così facendo riescono a lenire qualche mancanza?

2.       Divario vita “reale” e vita “virtuale”

Da questa riflessione si evince che è evidente che i ragazzi che adottano questo comportamento non si rendono  conto delle conseguenze delle loro azioni, degli effetti che esse possono generare sulle “vittime” sia a livello fisico che psicologico (atti che spinti all’estremo possono portare una giovane vittima a sentirsi una nullità, a sentirsi esclusa dal mondo reale a tal punto da  decidere di suicidarsi). Oggi più che mai questo modo di agire è diventato “virale” proprio perché se prima il bullismo era circoscritto al luogo in cui accadeva il fatto gravoso, oggi  strumenti come Internet, i Social Network, le chat, hanno determinato una repentina diffusione del fenomeno del “cyberbullismo”, che per la sua peculiarità è difficile da arginare. Purtroppo non ci si rende conto quanto gli strumenti mediatici possano essere pericolosi se utilizzati nel modo sbagliato, quanto gli stessi ormai facciano parte integrante del vivere quotidiano di giovani e adulti e influenzino le loro scelte e  azioni: ciò ha dato origine ad  un forte divario tra “vita reale” e “vita virtuale”.

Un divario che è espressione di una evidente fatica a relazionarsi con gli altri nel percorso della vita, della difficoltà di essere in grado di farsi sentire, nella propria semplicità, in questo mondo così complesso dove ciò che emerge non sono i valori profondi, indispensabili per affrontare al meglio la propria esistenza,  ma l’apparenza e la superficialità. Quindi dov’è più semplice nascondere le proprie paure ed incertezze se non dietro questo “ universo virtuale” dove tutto è lecito e semplice, dove ti puoi esprimere senza essere giudicato, perché dietro allo schermo del pc o dello smarthphone puoi essere “un altro”  e non te stesso?

Il web e i Social diventano quindi il luogo dove si creano più facilmente relazioni di amicizia e relazioni sociali, dove vengono meno le “barriere comunicative” proprie della vita reale, ma dove è certamente più facile che si possa generare una dipendenza verso l’iperconnettività, tale per cui se non sei connesso sei “out”.

Ma cosa comporta tutto questo? E’ bene tener presente che tutti siamo parte di questo “mondo digitale”, giovani e adulti,  e che tutti ci dobbiamo misurare con esso: in un certo senso esso “disturba” il nostro essere, la nostra quotidianità, ci allontana dalla vera relazione e comunicazione tra individui, e soprattutto dal profondo legame che dovrebbe esserci in primis all’interno del nucleo familiare.  È evidente la fragilità della relazione tra genitori e figli, tra insegnanti e studenti, tra giovani e adulti: ebbene noi adulti siamo capaci di “parlare” con i nostri giovani? Siamo in grado di comprendere cosa possa passare per la testa dei nostri figli, dei nostri nipoti e “partecipare” alla loro vita invece di “scontrarsi” con la loro vita? Siamo in grado di capirli e di far sì che possano crescere nella sicurezza di “essere se stessi [1] e non in quello che gli altri vorrebbero che fossero? Siamo in grado di trasmetterli la fiducia nel credere in se stessi e nell’accettare ciò che sono? Siamo sicuri di poter essere per loro una figura di riferimento, pur con le nostre fragilità e manchevolezze, che fanno parte di noi proprio perché siamo esseri umani?

3.       “Nativi digitali” e “distanza emotiva”

Vediamo nella generalità della vita reale quanto sia complicato creare un rapporto con i nostri ragazzi e quanto questo universo digitale ci distragga sempre di più dai valori profondi, dalla capacità di continuare a porci domande per comprendere chi siamo e dove vogliamo andare al fine di non smarrirci nella vita “virtuale”. Io credo che sia questo che accade alla “vecchia” generazione, che nel tempo ha dovuto adeguarsi ai cambiamenti tecnologici, rispetto alla “nuova” generazione, la “nativa digitale”, che è cresciuta nel pieno dello sviluppo tecnologico e della digitalizzazione. Due generazioni a confronto nella vita reale e in quella virtuale dove la prima è convinta che la seconda sia perfettamente in grado di navigare nel web con consapevolezza e sicurezza per cui “si può stare tranquilli tanto ne sanno più di noi”, mentre gli eventi, le cronache ci dimostrano certamente il contrario. Quindi l’erronea certezza che i ragazzi in quanto “nativi digitali” siano perfettamente in grado di gestire il “virtuale”, ha permesso loro di poter esprimere i sentimenti di disagio, solitudine, emarginazione, insicurezza  della vita reale da una modalità “offline” (aggressioni fisiche e psicologiche che avvengono fuori e dentro le scuole come espressione del tradizionale atto di bullismo) ad una modalità “online”  (video che vengono registrati dai “bulli” mentre scherniscono, minacciano o colpiscono le loro “vittime” e che poi vengono pubblicati in rete). Modalità che assume spesso una connotazione “anonima” e quindi in grado di incoraggiare altri a fare lo stesso senza rendersi conto, come suggerito, dei gravosi effetti che possono essere generati da queste azioni.

In questo contesto quindi qual è il ruolo degli adulti nella vita dei giovani? Adulti che tendono ad essere, anche inconsapevolmente, disattenti e distratti non rendendosi conto di quanto sia profonda la distanza tra le due generazioni, una distanza emotiva data dalla assenza di comunicazione o dalla difficoltà a comunicare. Il ruolo degli adulti, genitori e insegnanti, è quello di porsi in ascolto per essere in grado di captare i possibili segnali di grave disagio e di conflitto interiore che possono esprimersi in comportamenti sociali violenti, ma per fare questo occorre innanzitutto formarli e sensibilizzarli al fenomeno, affinché prendano coscienza delle sue motivazioni ed implicazioni. Allo stesso tempo è necessario creare tra gli adulti e i giovani un momento di dialogo lontano dalla connettivita’ e dalle disillusioni e concedersi quella  “pausa” in cui costruire un vero e proprio rapporto di complicità e fiducia. È pertanto essenziale che la famiglia per prima, come anche la scuola e la società stessa, si assuma il compito di essere per bambini e adolescenti una guida, un sostegno, per insegnarli quanto sia importante rispettare le altrui debolezze e fragilità, e forti di questo, essere in grado di relazionarsi con gli altri, anche sul web, senza che si ricada in un rischioso imbroglio emotivo.

Ecco con questo articolo ho voluto porre le basi per una attenta riflessione su questo complesso tema del “cyberbullismo” e con i successivi contributi avremo modo di addentrarci in tutte le sue sfaccettature.  Le domande e le perplessità sono tante ma sicuramente abbiamo già alcuni spunti su cui riflettere.

[1] D’AVENIA A., L’arte di essere fragili, Mondadori editore, 2016, p. 34.

Disclaimer e Privacy Policy
top